CERTAMEN: un’altra vittoria per il Liceo Fossati

CERTAMEN: un’altra vittoria per il Liceo Fossati

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Un’altra vittoria per il liceo Fossati

17 anni, la passione per la letteratura e il podio di uno dei concorsi più prestigiosi del Piemonte: il Certamen Augusteum Taurinense. Eleonora De Fanti, del Liceo classico Maurilio Fossati, conquista l’argento nella critica letteraria, dimostrando una sorprendente maturità interpretativa e una capacità di analisi. Fantina esperta e amante di scrittura e letteratura, riesce a coniugare con successo studio e sport. Abbiamo fatto due chiacchiere con lei per capire cosa significa trasformare la passione per gli studi classici in un riconoscimento concreto.


Cosa hai provato quando hai saputo di aver vinto la gara?

Una gioia profonda e inaspettata, ma anche una gratitudine silenziosa. Sapere che un lavoro di analisi testuale, con pazienza e attenzione alle fonti, è stato apprezzato mi ha riconosciuta nel mio studio del latino non come esercizio meccanico, ma come dialogo vivo con il testo e con l’autore.

Perchè hai scelto di partecipare al Certamen Augusteum?

L’età di Augusto mi ha sempre affascinata per la sua complessità e l’analisi delle fonti mi ha attirata in modo particolare: lavorare su un testo significa entrare nelle sue pieghe, coglierne le ambiguità, confrontare livelli diversi di significato. Competenza linguistica e consapevolezza storica devono procedere insieme. Infine, volevo misurarmi con studenti di altre realtà scolastiche.

Qual è stato, secondo te, l’aspetto più rivoluzionario del principato di Augusto?

Il modo in cui seppe amministrare la propria immagine pubblica. Oltre ad apparire come garante della pace e restauratore del mos maiorum, la sua figura si intreccia con il richiamo al mito fondativo. Attraverso l’Eneide, il principato veniva idealmente iscritto in una linea che risaliva alla volontà degli dèi. È in questa capacità di fondere religione, tradizione morale e mito in un’unica immagine coerente di sé che vedo l’elemento più rivoluzionario del suo principato: Augusto ha compreso che il potere si consolida quando diventa racconto.

Quali risonanze storiche dell’impero augusteo hai messo in luce nel tuo elaborato?

Ho raccontato come Augusto abbia fornito un paradigma di legittimazione del potere, fondato su narrazioni capaci di costruire memoria e consenso. Ho citato il modo in cui Vespasiano ristabilì ordine e credibilità politica ispirandosi a lui: restaurazione della stabilità, moralizzazione dei costumi pubblici, attenzione alla propaganda monumentale e alla costruzione di un’immagine di sobrietà e misura. Ho poi richiamato la teoria della “Terza Roma” con Ivan III di Russia, quando Mosca rivendicò l’eredità dell’impero romano attraverso la mediazione bizantina, citando la celebre affermazione del monaco Filofej di Pskov «Due Rome sono cadute, la terza è in piedi e non ve ne sarà una quarta». L’eredità antica diventa fondamento di una missione storica e religiosa: l’impero russo come continuità provvidenziale. Infine, ho considerato l’adozione dello stile neoclassico nella Casa Bianca e nel Campidoglio come forma di propaganda visiva che richiama la tradizione della Roma repubblicana e ho citato The Federalist Papers, una sorta di mito fondativo della nuova nazione americana, una giustificazione teorica e quasi “epica” del nuovo ordine costituzionale. Questi esempi mostrano che l’esperienza di Augusto ha diffuso l’idea che l’autorità politica necessita non solo di strutture giuridiche e militari, ma di un racconto condiviso, che dia al potere una legittimità storica e simbolica. 

Perché ha importanza riflettere su questi temi?

Ci aiuta a comprendere che il potere non si fonda soltanto su strutture giuridiche o su equilibri istituzionali, ma si costruisce anche attraverso linguaggio e rappresentazione. Il principato augusteo si afferma con una sapiente regia simbolica, un uso calibrato di parole, miti, immagini pubbliche. L’analisi delle fonti ci educa a non fermarci alla superficie del testo, a riconoscere le strategie retoriche, a distinguere tra dato storico e autorappresentazione. Anche nel presente il consenso si forma attraverso narrazioni, immagini, parole chiave capaci di orientare la percezione collettiva. Studiare l’antichità allena a una lucida lettura dei meccanismi comunicativi, al riconoscimento di un richiamo alla tradizione o all’identità comune quale strumento di legittimazione politica. Lo studio delle fonti antiche non è un esercizio erudito fine a se stesso, ma una palestra di pensiero critico: non forma solo studenti capaci di analizzare un testo, ma cittadini più attenti e consapevoli.

Quanto è stato importante il supporto della scuola?

Decisivo: i miei docenti mi hanno insegnato un metodo rigoroso, fondato sull’attenzione al testo e sul confronto critico con le fonti. L’atteggiamento trasmesso è quello di affrontare ogni prova come un’occasione per comprendere più a fondo il testo e il contesto che lo genera. Mi hanno sempre spinta a capire davvero. E penso che questo sia stato prezioso.